Igiene della visione

Nel 1959, dopo le prime sperimentazioni pittoriche prossime all’astrazione informale, con un gesto forte Martial Raysse abbandona i legami con una pratica e uno stile pittorico che giudica obsoleti e si rivolge verso gli oggetti moderni da cui è circondato. Collegato al polso della società dei consumi, Raysse ne preleva con occhio ironico e allegro gli indizi iconici – la plastica, le mercanzie dei supermercati da cui è inondato il quotidiano, la gamma dei prodotti nuovi fiammanti esposti sugli scaffali del Prisunic, dai frigoriferi ai più insignificanti oggetti domestici. “L’igiene della visione” di Raysse è sinonimo di quella smania, quel desiderio insaziabile per la novità manifestato da una società che si sta ricostruendo dopo la seconda guerra mondiale. La sua pratica trova un’eco nelle riflessioni che Roland Barthes formulava dalla fine degli anni ‘50 indagando una società che stava creando le proprie “mitologie”, soggiogata dallo stupefacente spettacolo della plastica e dall’euforia per i detersivi e le lamiere delle automobili.