Thomas Schütte
THOMAS SCHÜTTE è nato in Germania, a Oldenburg, nel 1954. Allievo di Gerhard Richter e Fritz Schwegler all’Accademia di belle arti di Düsseldorf, ha sviluppato una pratica artistica molto versatile che – prendendo le mosse dal minimalismo e dall’arte concettuale dei primi anni settanta – ha affrontato temi cruciali come il potere, la memoria, il ruolo dell’arte e la sua insufficienza rispetto alle grandi questioni umane. Schütte ha un approccio antieroico all’arte, rifiuta il ruolo beuysiano dell’artista come guida, preferendo introdurre il dubbio, minare le certezze. “I miei lavori hanno lo scopo di introdurre un punto interrogativo storto nel mondo”, dichiara lui stesso.

Le sue opere si presentano spesso come maquette architettoniche o set teatrali, provvisori e imperfetti, che rimandano con sottile ironia a importanti questioni politiche o storico-artistiche. Oggi sono soprattutto le strutture della società, con la loro topologia politica e il loro impatto sulla vita degli individui, a costituire il fulcro della sua opera, che mette a nudo la fragilità e l’instabilità dei sistemi politici contemporanei. Non sempre caratterizzate da una dimensione narrativa riconoscibile, questi lavori denotano una preoccupazione per la figurazione e la condizione umana, come testimoniano le sculture presentate a Punta della Dogana. Se Head –Wicht (2006) e Good and Bad (2009) sono teste in cui l’artista esplora il potenziale espressivo della fisiognomica, Weeping Woman (2009) è una fontana in bronzo raffigurante un viso femminile che piange, figura archetipica della storia dell’arte. A queste opere, che tematizzano condizioni di conflitto, isolamento, disillusione, vulnerabilità o disperazione, fanno eco gli Efficiency Men (2005), figure spettrali che prendono forma da esili spirali in acciaio, avvolte da pesanti coperte da cui fuoriescono tre volti in silicone colorato, maschere grottesche della società contemporanea corrotta. I tre personaggi avanzano nello spazio, simili a prigionieri alla catena colti in una ronda forzata.

Infine Vater Staat (letteralmente lo “Stato Padre”, 2010) è una statua in bronzo di 4 metri di altezza raffigurante un uomo dall’aspetto autorevole ma fragile, avvolto in un mantello che gli imprigiona le braccia. Se per anni si è occupato dei suoi figli, ora si erge immobile, incapace di agire. L’intento dell’artista non è dissacrante né polemico. Questa figura di padre che osserva muto i suoi figli è al tempo stesso metafora del potere e allegoria dell’impotenza.

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Thomas Schütte - Vater Staat (2010)
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Thomas Schütte - Efficiency Men (2005)
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