Autore delle tre tele presentate in questa sala, il tedesco
Martin Kippenberger (Dortmund, 25 febbraio 1953 – Vienna, 7 marzo 1997) è un artista il cui approccio anarchico riecheggia la lezione Marcel Duchamp e dei dadaisti, rimandando al contempo a Joseph Beuys e alla sua auto-mitologia utopistica. Disegni, quadri, ready-made e sculture costellano la sua breve carriera, caratterizzata da un atteggiamento dissacrante nei confronti del sistema e del mercato dell’arte e da una costante preoccupazione per il ruolo dell’artista. Le tre tele esposte a Palazzo Grassi sono altrettanti autoritratti che sovvertono il cliché romantico dell’artista come visionario capace di creare significati attraverso una successione di capolavori. Per Kippenberger l’artista è definito dalle persone e dai luoghi quotidiani che lo circondano e che segnano il suo vivere e il suo fare arte: il locale di Berlino dove è solito trascorrere il suo tempo (
Paris Bar, 1993), una serie di volti incontrati per la strada, sui giornali, tra gli amici (
Jeder ist seines Glückes Schmied, 1983), due mani protese, sporche di colore (
Ohne Titel, 1992).
Il quotidiano è materia artistica primaria anche per
Robert Gober, nato nel 1954 in Connecticut e autore dell’opera
Untitled, in un angolo della sala. Osservare le sculture di Gober è come esaminare gli indizi sulla scena di un delitto. Nelle sue opere gli oggetti ordinari assumono connotazioni inquietanti: si tratta di elementi che popolano normalmente la nostra vita, eppure, rielaborati dall’artista, si caricano di significati e memorie personali che ci raggelano come presagi sinistri. Quantomeno ossessiva risulta infatti la gamba maschile amputata, modellata in cera d’api, completamente vestita di calzino, scarpa e pantalone, e irta di veri peli umani, da cui spunta un’enigmatica candela. Se la scultura è ispirata all’infanzia dell’artista e al racconto di un’amputazione da parte della madre infermiera, in realtà non esiste alcuna narrazione precisa, non emerge alcun riferimento al mondo reale. Nell’atmosfera di ambiguità, alienazione e straniamento resa palpabile da Gober, l’osservatore deve procedere secondo la logica associativa delle sue personali fantasticherie.
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