Lee Bontecou

Lee Bontecou è nata nel 1931 a Providence, Stati Uniti. Disegna con la fuliggine e comincia a rappresentare aree circolari di vuoto che annunciano la sua estetica. Espone per la prima volta alla galleria Leo Castelli nel 1960. È l’inizio di un riconoscimento internazionale del suo lavoro, un fatto ancora raro per una donna negli anni Sessanta. Lee Bontecou sviluppa un’arte post-minimalista, o associata a un surrealismo tardivo – a volte considerata femminista –, ma in realtà sfugge a qualsiasi categoria. Desidera «mostrare gli aspetti di timore, speranza, bruttezza, bellezza e mistero che esistono in ciascuno di noi». A metà degli anni Sessanta si allontana dal mondo dell’arte e presenterà le sue opere solo molto di rado. Negli anni Novanta è stata riscoperta da una nuova leva di artisti. Lee Bontecou appartiene a una generazione di scultrici come Eva Hesse, Louise Bourgeois, Yayoi Kusama o anche Alina Szapocznikow, che danno forma a un pensiero organico del corpo.

Lee Bontecou è nota per le sue sculture montate a muro, cucite e saldate, realizzate in materiali industriali diversi come rame, ferro, resine epossidiche, ma anche in sostanze più organiche come fossili, ossa, tela, o ancora con oggetti trovati e surplus di attrezzature militari che si procura dai rigattieri di New York. Le sue monumentali costruzioni – aerodinamiche, violente, incavate, forate, metalliche – sembrano contraddistinte dal ricordo della Seconda guerra mondiale, quando la madre dell’artista lavorava nelle fabbriche che costruivano sottomarini. Lee Bontecou, del resto, è attenta anche agli echi della guerra in Vietnam. Le sue opere, che hanno una forte presenza plastica, sono organiche e meccaniche al contempo, ed evocano il corpo e le macchine, l’astratto e il figurativo, ispirandosi all’iconografia della guerra fredda, ma anche ai cubisti. Alcuni critici d’arte considerano le sue sculture un’allusione al sesso femminile, ma Lee Bontecou cerca anzitutto di sfidare le convenzioni, nella scelta dei materiali così come nella presentazione, e secondo lei questo si può riassumere affermando «quanta più vita possibile – senza frontiere – senza limiti – la libertà in ogni senso del termine».

Il suo lavoro è stato presentato a Punta della Dogana in occasione della mostra "Untitled, 2020" (2020).