Arnulf Rainer

Quando, nel 1928, vennero installate le prime cabine per fototessere all’interno dei grandi magazzini, gli artisti cominciarono a trarre ispirazione da queste macchinette produci-immagini, il cui scopo principale era quello di scattare foto per le carte d’identità. «Negli anni 1968 e 1969 presi ad andare alla stazione, di notte, quasi una volta a settimana. Nella stazione c’era una cabina per fototessere che produceva anche fotografie in formato cartolina. Quando andavo di giorno mi disturbavano molto le persone che aspettavano impazienti davanti alla cabina o curiosavano attraverso la tenda. Dunque un giorno provai ad andare più tardi, dopo che l’ultimo treno era partito e la stazione stava per chiudere. Dopo un veloce bicchiere di vino, sotto gli sguardi sospetti dei poliziotti alla cassa, mi misi a lavoro. Era necessario un certo senso di eccitazione, i nervi e i muscoli facciali dovevano abbondare di espressività». Per Arnulf Rainer la cabina per fototessere divenne qualcosa di più di una breve passione, divenne un vero e proprio studio sperimentale. Di fronte allo specchio e alla lente fotografica Rainer comunicava con estrema espressività la moltitudine di smorfie che un viso può interpretare. Il gioco che vediamo qui, con le dita della mano destra che si aprono e si contorcono, sembra quasi uno studio minimalista, un esercizio scultoreo. Tra le tecniche artistiche più celebrate di Rainer ci sono le “sopraverniciature”, lavorate in gran parte sulla base dei suoi ritratti fotografici.