John Coplans

«La cosa principale è la domanda su come la nostra cultura considera l’età: ovvero che vecchio è brutto. […] Io ho settant’anni, e in linea di massima il corpo di un uomo di settant’anni somiglia abbastanza al mio. Si tratta di un argomento trascurato. Se io accetto la situazione culturale, sono un uomo morto». Circa dieci anni prima di fare questa dichiarazione, John Coplans aveva rinunciato a una carriera da classe media come curatore e critico per realizzare uno strano Body of Work (il titolo del suo primo libro d’artista), basato interamente sull’esplorazione fotografica del suo stesso corpo. Inizialmente semplici scenette realizzate la sera, dopo il lavoro, con l’artista nudo davanti a una macchina fotografica con autoscatto, dovevano dimostrare con immediatezza l’immenso potere di trasformazione di un’immagine fotografica. I frammentari primi piani delle sue mani e dei piedi, del torso e della schiena, su negativi di grande formato trasformarono le parti del corpo in qualcosa di diverso, in vedute architettoniche del corpo o, come le descrisse lo stesso Coplans, in una mummia, nella radice di un albero o in una scultura. Per Coplans, la rappresentazione del proprio corpo, che esclude sempre il viso, sembra non essere stata tanto un esame del sé quanto una sfida scultorea su larga scala. Eppure, per lui, si trattava della summa della propria esperienza esistenziale.