Lee Friedlander

«All’inizio erano semplici ritratti, ma ben presto mi sono a volte ritrovato nei paesaggi delle mie fotografie. Potrei definirmi un intruso ». Con queste parole Lee Friedlander era solito descrivere nel 1965 e nel 1966 le sue opere fotografiche, nelle quali divenne egli stesso attore in un turbine di febbrile attività artistica. Gli Autoritratti di Friedlander, come lui definiva quelle immagini, probabilmente sembravano incidenti fotografici a chi le vedeva all’epoca, con l’ombra o il riflesso dell’artista integrati nel frenetico paesaggio urbano. La complessa struttura delle immagini lo fa divenire una figura anonima, un doppio della società moderna. Gran parte delle sue opere sono realizzate per strada, nei suoi numerosi viaggi attraverso le città americane. Ma si possono ritrovare la stessa (auto)ironia e la stessa concisione negli scatti che presentano momenti di riposo e calma, come per esempio due delle foto in mostra: Friedlander siede stanchissimo nella stanza di un motel come se fosse stato fotografato dal punto di vista del suo televisore. In un’altra immagine il fotografo si è messo di fronte alla macchina con un gran sorriso. Il gesto dello scatto equivale a quello che oggi chiamiamo un selfie. Negli anni settanta gli Autoritratti di Friedlander sono stati pubblicati in un libro dal Museum of Modern Art di New York e oggi sono considerati dei classici del ritratto fotografico.