K, 2017

L’artista si è ispirato a manifesti pubblicitari visti a Panama che presentavano volti di donne levigati al punto di perdere la loro personalità. Come un cineasta, egli ha zoomato su questo viso che presenta un primo piano tanto stretto da risultare tronco, incompleto. Avvicinando così la sua «videocamera-pennello», traccia questo volto femminile come se fosse un oggetto, che è appunto lo scopo della pubblicità, e in particolare di quella che promuove i prodotti di bellezza. Questo approccio, non essendo contestualizzato, ci dà la sensazione di avere davanti una persona vuota, quasi morta. Con questo livello di ingrandimento l’artista ha messo in risalto lo sguardo della giovane donna, un oggetto al punto di non avere neppure un nome, ma solo una lettera, «K». Lo sguardo è intenso ed espressivo, come se provasse a esistere al di là dell’immagine e del profitto che il commercio vuole ricavare da lei. Sembra avere un atteggiamento di sfida, essere consapevole dello sfruttamento e pronta a battersi mentre guarda lontano, davanti a sé, forse verso un futuro in cui la donna non sarà più un oggetto. Il quadro è liscio, piatto, e i colori pastello rafforzano il contrasto fra l’aspetto artificiale dell’immagine pubblicitaria e l’umanità di tutte le donne. K ha la bocca chiusa, ma accenna un lieve sorriso e il suo silenzio è molto eloquente.