Etel Adnan - Dhkir, 1978

Con Dhikr, che potremmo tradurre per “litania”, Etel Adnan evoca la guerra del Libano. In un estremo superamento, e invece di posare uno sguardo drammatico sulla guerra, decide di scrivere ripetitivamente, come una salmodia, la stessa parola, Allah. A ogni parola scritta, corrisponde una bomba che scoppia a Beirut. A ogni respiro fa eco il rumore di un tuono. Inconsolabile, con quella parola sussurrata e recitata all’infinito, l’artista cerca di ritrovare dentro di sé una precisa vibrazione. A questa parola, Adnan sovrappone forme geometriche perfette – quadrati, cerchi, triangoli – che evocano il cosmo. Tra qui e altrove, tra inferno e paradiso, l’artista cerca, con questa commovente proiezione della sofferenza – la sua, ma anche quella di tutto un paese –, di suggerire l’indescrivibile. Da questo flusso promana un movimento dolce, nel quale l’espressione della morte o del terrore perde (stranamente) il suo carattere tragico. Paradossalmente questo leporello è un inno alla vita.